Quando la psicomotricità educativa può diventare terapeutica…

Oggi vorrei condividere con voi il senso di integrare bambini con disabilità all’ interno di progetti psicomotori di tipo educativo.

Innanzitutto dobbiamo fare  delle distinzioni tra il senso della presa in carico psicomotoria di tipo terapeutico, e il senso dell’ attività di tipo educativo.

Come già ho spiegato in post precedenti, la psicomotricità si occupa del sano sviluppo del bambino sotto il profilo motorio, cognitivo e relazionale, e per far questo si lavora sia in senso preventivo-educativo: per permettere ai bambini di sviluppare tutti quelle  funzioni necessarie per crescere armoniosamente; sia in contesto di terapia: qualora queste funzioni risultino inapprese o danneggiate.  Lo psicomotricista nella presa in carico psicomotoria (per la peculiarità così globale della disciplina) può quindi trovarsi davanti diversi tipi di patologie e disturbi: si va infatti da quelle che sono le disfunzionalità dell’ atto motorio, a problematiche di tipo psichico, passando per i disturbi del linguaggio fino a quelli dell’ apprendimento, solo per citarne alcuni; alle varie sindromi (Down, Tourette, dello Spettro Autistico ecc) .

Per quanto riguarda l’ ambito educativo poi, mi sembra opportuno fare un distinguo anche tra quelle che sono le attività psicomotorie all’ interno delle ore scolastiche, e le varie proposte di psicomotricità pomeridiane, che si declinano come corsi di tipo extrascolastico. Le finalità di queste due attività infatti, seppur riferite entrambe all’ ambito educativo, sono differenti: all’ interno della scuola la psicomotricità viene proposta come momento integrativo dell’attività pedagogica- educativa, mentre nell’ ambiente extrascolastico la psicomotricità riveste l’ importante compito di configurarsi come un’occasione di socializzazione per i bambini in un setting protetto dove ad essere valorizzata non è solo la componente motoria, ma soprattutto quella relazionale- affettiva.

Valutando quindi le finalità dei diversi ambiti di intervento, vale la pena soffermarsi a riflettere sull’ importanza che può venire a ricoprire l’ambito educativo extrascolastico, per tutti quei bambini che stanno seguendo una terapia psicomotoria.

Vi farò ora un esempio, per cercare di rendere più comprensibile quello che sto cercando di dire.

Facciamo finta di avere un bambino di 6 anni affetto da sindrome di Down: Ettore (nome di fantasia).

Ettore viene seguito in terapia psicomotoria, supponiamo che questa abbia come obiettivi quelli di rendere Ettore il più autonomo possibile, quindi per esempio si lavorerà sulle autonomie di base come l’alimentazione, l’igiene ecc. Nella scuola dell’ infanzia di Ettore (dove è stato trattenuto un anno in più, data la sua patologia) inoltre è attivo un progetto psicomotorio al quale partecipano tutti i bambini della classe, in cui gli obiettivi sono quelli di far acquisire e consolidare le funzioni necessarie per un corretto sviluppo psicomotorio. I suoi compagni di classe però al pomeriggio frequentano anche un corso di psicomotricità presso l’ associazione sportiva del loro territorio (questa ovviamente è un’ attività di tipo educativo) e come abbiamo detto, Ettore fa già psicomotricità educativa a scuola, e psicomotricità individuale in forma terapeutica nello studio di uno psicomotricista.

Per quale motivo allora Ettore dovrebbe frequentare anche il corso extrascolastico al quale si sono iscritti i suoi amichetti? Senza contare il fatto che Ettore ha anche una disabilità importante, e quello è un corso educativo?

Beh, ognuno è libero di rispondere come crede ma io, da psicomotricista, sento che la risposta più professionale che posso darvi, è che per Ettore questo corso pomeridiano rappresenta quell’ occasione, di poter socializzare con gli altri coetanei, che tutti i suoi amichetti hanno già avuto; e in più la partecipazione al corso di gruppo crea ampie potenzialità alla terapia, che nel contesto di socializzazione può finalmente venir messa in pratica, restando però al tempo stesso, in un contesto privilegiato di attenzione alle difficoltà che Ettore presenta.

Per questi due motivi importanti: socializzazione con i coetanei in ambiente extrascolastico + consolidamento della terapia, credo che le attività di psicomotricità extrascolastiche siano una risorsa importante già per tutti i bambini, ma ancor di più là dove ci sia una disabilità.

Ma ora veniamo alla realtà: l’ Italia si sà, non è un paese per disabili, e anche nel contesto psicomotorio purtroppo questa affermazione non si sfata: se da una parte infatti sono fermamente convinta dell’ importanza e della necessità di far partecipare anche i bambini con disabilità a questo tipo di proposte; essendo poi la professionista che le attua, sarò anche onesta nel dire però che a livello pratico non è così semplice: per poter integrare e seguire correttamente questi piccoli all’ interno del gruppo, è infatti necessaria la presenta di un altro operatore, che possa restare a fianco del bambino e sostenerlo laddove la sua patologia gli impedisca di riuscire come gli altri. Avere un operatore in più però rappresenta in termini pratici un costo da sostenere. E a carico di chi poi?

Vorrei lasciarvi con questa domanda,convinta che questo articolo, vi abbia dato più di un tema su cui riflettere…

psicomotricità Marina Pavesi

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