IL CASO SQUID GAME? È SOLO LA PUNTA DI UN GRANDE ICEBERG!

⁉️E se ci chiedono di giocare a SQUID GAME?⁉️

La settimana scorsa riprendendo il percorso di psicomotricità in una scuola primaria che seguo da diversi anni mi sono imbattuta in un bambino di classe seconda che nel primo incontro, dove solitamente propongo agli alunni di scegliere il gioco dell’anno precedente che gli era piaciuto di più, mi ha chiesto di poter giocare a SQUID GAME.
Purtroppo mi aspettavo che prima o poi questa domanda sarebbe arrivata perché essendo questa serie il fenomeno del momento, sono già molte le figure professionali dell’infanzia che hanno denunciato il preoccupante dilagare di questo gioco tra i più piccoli.

Prima di raccontarvi dunque la mia risposta facciamo un passo indietro e analizziamo bene i contenuti di questo tanto acclamato “Squid Game”.


Complice la segregazione in casa per influenza della mia bimba e anche mia (negative al covid fortunatamente 🍀) in questi giorni nelle molte ore di sonno fatte dalla piccola ho avuto la possibilità di documentarmi rispetto questa serie, di cui appunto avevo sentito parlare ma che non avevo ancora visto.

Lungi dal voler spoilerare il contenuto a chi volesse guardarla riassumo brevemente la trama per far però comprendere di cosa stiamo parlando:

📽 Si tratta fondamentale di un thriller in cui dei poveri malcapitati inghiottiti dai debiti e da scelte di vita infelici e/o sfortunate si ritrovano ad accettare di partecipare ad una gara composta da 6 sfide fatte di giochi per bambini come “Un, due, tre stella” dove al vincitore spetta un ricco montepremi, ma dove i perdenti vengono eliminati, e drammaticamente i giocatori scopriranno solo durante il primo gioco che per eliminati si intende uccisi!

🔎 Analizzando ora la serie da un punto di vista pedagogico, che è quello che interessa a noi in questa riflessione, dato che siamo partiti dal fatto che SQUID GAME sta spopolando tra i bambini, quello che sicuramente si può affermare è che nella sua cruenza in realtà la serie non è da demonizzare in assoluto. I temi trattati infatti, seppur in maniera discutibilmente truce, sono temi sociali molto attuali e significativi come:

📌 l’ingiustizia della sconvolgente disparità tra la vita condotta dai più poveri e quella dei pochissimi ricchi privilegiati;

📌la tragicità della dipendenza dal gioco d’azzardo che inghiotte la persona che ne è affetta come farebbe un cancro, annientandola completamente e facendogli il vuoto intorno;


📌 il valore della vita umana;


📌 il senso della vita;


📌 le virtù intese come generosità, coraggio, rispetto e giustizia.

💡E ancora all’interno della serie si trovano molte similitudini con esperienze umane realmente accadute che vogliono essere sicuramente uno stimolo alla riflessione sulla banalità del male (volendo citare la grandissima Hannah Arendt che dopo i drammi della seconda guerra mondiale dedicò la sua vita di accademica allo studio del pluralismo politico e all’inclusione dell’altro diverso da Se’).

Ecco quindi queste similitudini:
❗️l’organizzazione della setta, che ricorda molto l’organizzazione nazista;
❗️i ruoli delle guardie e dei concorrenti che a ben vedere alla fine sono entrambi vittime, proprio come successe nel famoso esperimento di psicologia sociale condotto dall’Università di Stanford nel ‘71 sul comportamento che le persone assumono una volta rivestito il ruolo di guardie o di prigionieri, che ebbe risvolti talmente drammatici da costringere il gruppo di ricerca a sospendere l’esperimento.

Quindi ripetendomi, la serie è sicuramente molto forte e a tratti destabilizzante anche per un adulto, ma non credo vada demonizzata in quanto tale poiché analizzandone i messaggi insiti si tratta forse più di una serie che vuole proporre delle riflessioni umane importanti, seppur in modo molto duro, piuttosto che di un thriller fine a se stesso.

⚠️ Il vero problema che scatena però SQUID GAME e che veramente non è accettabile, è la sua visione da parte dei bambini (e aggiungerei anche degli adolescenti se non accompagnati nella visione in una riflessione e discussione attenta e critica da parte dei genitori e degli educatori).

Visione quindi che quando avviene non è per responsabilità della piattaforma che propone il prodotto, ma piuttosto per la disattenzione dei genitori rispetto ai contenuti televisivi scelti dai propri figli, se non addirittura dalla grave scelta degli adulti di guardare la serie mentre i piccoli sono presenti! Decisione davvero discutibile se si considera che le scene proposte sono di una cruenza e durezza tale da sconvolgere anche il pubblico adulto, quindi tali scene diventano incredibilmente gravi se viste da un bambino che non possiede nè lo sviluppo emotivo, nè le conoscenze sociali, nè le esperienze di vita necessarie per contenere le emozioni che queste suscitano, nè per comprendere e valutare il significato di quella malvagità. Tutto questo rimane quindi nella mente e nel corpo del bambino che non sapendo comprendere quello che ha visto lo rivive in maniera passiva negli incubi notturni e nei pensieri pervasivi che iniziano ad investirlo e in maniera attiva nei giochi emulativi che ripropone con il gruppo dei pari, palesando tutto il disagio che questa esposizione inadeguata ha generato in lui.

Quella della disattenzione e quella della scelta volontaria di far vedere questo contenuto ai propri figli sono quindi due situazioni molto diverse e quella che accade di più è quella legata al non adeguato controllo da parte dei genitori su quello che vedono i bambini, colpa spesso della nostra scarsa familiarità di adulti con i mezzi digitali rispetto invece alle più alte competenze dei bambini che sono appunto nativi digitali!

Dico questo perché
IL CASO SQUID GAME È SOLO LA PUNTA DI UN GRANDE ICEBERG fatto di contenuti digitali inappropriati che i bambini seguono su piattaforme come YouTube e dei quali spesso i genitori ignorano completamente la visione! Si torna quindi al tema della sorveglianza e della padronanza di questi mezzi digitali di cui come adulti dobbiamo farci carico, poiché il mondo cambia e i bisogni e le abitudini dei bambini anche!

La risposta quindi non può mai essere assolutistica e autoritaria togliendo completamente di mezzo lo strumento digitale, perché il risultato in quel caso sarebbe una ricerca furtiva del bambino, attraverso sotterfugi come spiare o usare il telefono di genitori, nonni, amici ecc. quando non sorvegliati; o attraverso il confronto con gli amichetti che a loro volta probabilmente sono arrivati a questi contenuti all’oscuro dei propri genitori.

Quello che serve è dunque un dialogo sincero e attento anche dell’età del bambino! Non possiamo demandare a loro la scelta di quali contenuti guardare quando sono così piccoli da non padroneggiare poi cognitivamente ed emotivamente quello che è passato davanti ai loro occhi. Allo stesso tempo i mezzi digitali fanno parte della nostra vita quindi anche di quella dei bambini. L’esposizione ai media e alle tecnologie digitali deve quindi avvenire in un tempo e in uno spazio pensato e mediato dall’adulto, che sappia offrire queste stimolazioni in un’ottica di risorsa sotto forma di esperienze arricchenti!

SI allora a far scegliere ai bambini tra una serie di proposte selezionate però precedentemente dall’adulto e per un tempo che non superi mai la mezz’ora.

Tornando ora al “e cosa facciamo se ci chiedono di giocare a SQUID GAME o se li vediamo fare spontaneamente questo gioco?!

1. CERCHIAMO DI RESISTERE ALLA TENTAZIONE DI GIUDICARE! Per quanto infatti possano essere sbagliati i contenuti del gioco in Se ricordiamo che per i bambini giocare è una forma di conoscenza ed espressione personale, quindi giudicare bruscamente come brutto, violento e inadeguato questo gioco potrebbe essere interpretato dal bambino come un giudizio nei suoi confronti .

2. EVITIAMO DI STOPPARE IL GIOCO DANDO NOI UN’ALTERNATIVA “GIUSTA”! Invadere così il gioco del bambino dando una soluzione non pensata e mediata da lui non produce infatti nel piccolo una riflessione circa i motivi per cui quel gioco non sia opportuno ma sarà piuttosto vissuto dal bambino come un semplice momento coercitivo.

3. STIMOLIAMO INVECE LA RIFLESSIONE CIRCA I CONTENUTI DI QUESTO GIOCO sostenendo il bambino in riflessioni e conclusioni personali e originali.

Sosteniamo allora la riflessione facendo tante domande (senza però aspettarci la risposta che NOI riteniamo giusta!):

-come mai hai voglia di giocare a questo gioco?

– cosa ti piace in particolare di Squid game?

-che cosa sai di questo gioco? Ne hai sentito parlare da qualcuno o lo hai visto in tv?

-lo sai che le scene che vediamo nei film non sono vere, che quei personaggi che hai visto giocare sono degli attori e interpretavano un ruolo? Questo significa che le cose che vediamo nei film non sempre succedono anche nella realtà o che nella realtà si potrebbero rifare perché sono cose pericolose.

-cosa ne pensi della fine che fanno i giocatori che perdono? Sai cosa significa essere eliminati? Secondo te è giusto che una persona che sta giocando se perde debba subire una punizione così?

– quando giochi con i tuoi amici per te che cosa è giusto fare quando qualcuno perde? Perché?

Le domande poi sia nel loro lessico, quindi nelle parole che adoperiamo, sia nella loro complessità di contenuto, vanno tarate in base all’età del bambino.

4. Dopo aver stimolato la riflessione cerchiamo quindi di SOSTENERE IL BAMBINO NELLA SCELTA DI UN GIOCO ALTERNATIVO che sia scelto da lui e che quindi possa rivelarsi per il piccolo altrettanto attraente e motivante quanto quello scelto inizialmente e che venga quindi valutato autonomamente dal bambino come un’alternativa migliore.

In tutto questo servono poi sempre delle regole certe che hanno la finalità di contenere e guidare costruttivamente il mettersi in gioco del bambino: quindi verbalizziamo che non tolleriamo mai il far male: nè agli altri, nè a Se’ stessi anche quando si gioca!

Perché giocare è bello nella misura in cui abbiamo rispetto di noi e degli altri.

E io? Che cosa ho risposto a quel bambino di seconda? Per fortuna è suonata la campanella!😅💁🏻‍♀️

Ma scherzi a parte ci sarà modo nei prossimi incontri di sviscerare con tutto il gruppo classe questo tema accogliendo i loro pensieri e le loro riflessioni in un clima che sarà di confronto e MAI ma proprio MAI di giudizio. Perché educare secondo la mia postura pedagogica non significa plasmare a propria immagine e somiglianza ma mettere nelle condizioni il bambino di poter apprendere attraverso il suo pensiero.

Autore: Dott.ssa Marina Pavesi -Pedagogista e Psicomotricista

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